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Parlare giapponese: la parte che non si pratica quasi mai

Si può finire un corso intero senza aver mai detto una frase ad alta voce. Qui no: ogni frase si ascolta, si ripete al microfono e il browser ti dice se ci sei arrivato o se ci sei andato vicino.

Ascoltare la frase, dirla e avere qualcosa che ti dica se l'hai detta bene.

La buona notizia per chi parla italiano

La pronuncia giapponese è tra le più facili che possa incontrare chi parla italiano. Cinque vocali che suonano quasi come le nostre, senza strani dittonghi, senza vocali lunghe e brevi che cambiano timbro, e senza suoni che obblighino a mettere la bocca in una posizione nuova.

Quello che è davvero diverso è il ritmo. Il giapponese si misura in tempi uguali: ogni sillaba dura lo stesso, comprese la ん e la consonante doppia, che contano come un tempo intero anche se non suonano. Ecco perché «Nihon» ha tre tempi e non due.

E c'è un accento, ma non di intensità bensì di tono: la parola sale o scende. Non serve padroneggiarlo per farsi capire, e conviene sentirlo fin dall'inizio per non fissare un accento piatto difficile da togliere dopo.

Niente di tutto questo si impara leggendo. Si impara ascoltando la frase e dicendola, che è esattamente il ciclo su cui è costruito questo corso.

Quattro cose su come suona

Quello che conviene sapere prima di aprire bocca la prima volta.

Cinque vocali, sempre uguali

a, i, u, e, o, molto simili a quelle italiane. L'unica che si discosta è la u, che si dice senza arrotondare le labbra. Non cambiano suono a seconda della parola: la e e la o non hanno la variante aperta e chiusa dell'italiano.

Tutto dura lo stesso

Ogni sillaba occupa un tempo, e le vocali lunghe ne occupano due. Allungare troppo poco cambia la parola: ci sono coppie che si distinguono solo per questo.

La consonante doppia è un silenzio

La っ piccola non suona: interrompe e raddoppia la consonante che segue, come le doppie di «fatto» o «tappo». Quel silenzio occupa il suo tempo, e saltarlo è ciò che più tradisce un principiante.

L'accento è di tono

Non si pronuncia una sillaba più forte: la voce sale o scende. Cambia da una regione all'altra, quindi non bisogna ossessionarsi, ma conviene imitare quello che si sente.

Il ciclo di ogni frase

Quattro passi, e l'ordine conta: prima si ascolta, poi si dice, e solo alla fine si scrive.

  1. Si ascolta

    La frase suona con la voce giapponese del dispositivo, e c'è una seconda velocità più lenta per quelle lunghe. Nel quiz di ascolto la si sente senza vedere il testo e se ne sceglie il significato.

  2. Si dice

    Si preme il microfono e si ripete. Il riconoscimento vocale del browser trascrive quello che hai detto e lo confronta con la frase: esce «bene», «quasi» o «di nuovo».

  3. Si scrive

    E alla fine si digita, in romaji o in giapponese se hai la tastiera. Scriverla è ciò che dimostra che la frase c'è tutta e non è riconosciuta a metà.

  4. E torna

    Finita l'attività, le sue frasi entrano nel ripasso spaziato e ricompaiono qualche giorno dopo perché non si perdano.

Il riconoscimento vocale lo fa il browser, non Hanasuka, e questo significa che l'audio viene inviato ai server di chi lo produce (Google in Chrome, Apple in Safari) per essere trascritto. Sta scritto qui e nell'informativa sulla privacy perché quello che nessuno si aspetta è proprio quello che va detto. Se preferisci non usarlo, il resto del corso funziona lo stesso.

Parlare giapponese, a fondo

Contare tempi, non sillabe

Il giapponese non si misura in sillabe come l'italiano, ma in more: unità di tempo che durano tutte lo stesso. Ogni kana normale è una mora, e lo sono anche la ん, la っ piccola e la seconda metà di una vocale lunga. Per questo 日本 (にほん) ha tre tempi e 東京 (とうきょう) quattro, anche se in italiano conteremmo due sillabe in ciascuna. Le sillabe composte come きょ occupano una sola mora, perché la ょ piccola non conta a parte. Un buon esercizio all'inizio è battere le mani una volta per mora.

Rispettare questo ritmo non è un dettaglio di accento: cambia le parole. ビル è «edificio» e ビール «birra»; おばさん è «zia» e おばあさん «nonna»; きて è «vieni» e きって «francobollo». A chi parla italiano costa soprattutto mantenere la vocale lunga: con la pausa della っ parte avvantaggiato, perché in italiano le doppie distinguono le parole (fato, fatto), ma la durata delle vocali no, e l'orecchio non ci fa caso. La soluzione è esagerare le durate quando ci si esercita, finché quella giusta non esce senza pensarci, e ascoltare coppie come queste finché non si sente la differenza.

Le vocali che quasi non suonano

Nel giapponese standard, la i e la u diventano sorde quando stanno tra consonanti sorde, o a fine frase dopo una di esse: continuano a occupare il loro tempo, ma quasi non si sentono. です suona «des» e ます «mas»; すき (piacere) si sente «ski» e した (sotto) «shta». Nessuno lo scrive così, ma si pronuncia così, e chi dice «de-su» con la u intera sembra un libro di testo. È una delle cose che più avvicinano la pronuncia a quella di un madrelingua.

Conviene non esagerare, perché non è una regola fissa: varia con la regione, con la velocità e da un parlante all'altro, e nel parlato lento o enfatico la vocale torna a suonare. Il modo di impararlo non è memorizzare dove si spegne ogni vocale, ma imitare quello che si sente. Per questo conviene ascoltare le frasi prima di leggerle in romaji, che è proprio ciò che invita a pronunciare tutte le lettere, e fare attenzione al ritmo della velocità normale più che a quello della lenta.

L'accento è di tono

Il giapponese non marca una sillaba con più forza, come l'italiano, ma con l'altezza della voce: ogni parola ha uno schema di salite e discese. Nel giapponese di Tokyo, 箸 (はし, bacchette) comincia alto e scende, mentre 橋 (はし, ponte) comincia basso e sale, e la differenza si nota anche nella particella che segue. 雨 (あめ, pioggia) scende dopo la prima mora. Ci sono coppie che si distinguono solo così, anche se in pratica il contesto scioglie quasi sempre il dubbio.

Per chi comincia, il consiglio è non ossessionarsi e non disinteressarsene. Non serve studiare lo schema di ogni parola per farsi capire, ma dire tutto con un tono piatto, o con l'accento d'intensità dell'italiano, è ciò che più tradisce un accento straniero. Quello che funziona è imitare frasi intere, con la loro melodia, invece di parole isolate. E conviene sapere che la voce dell'app è quella del dispositivo: la sua intonazione di solito è buona, ma non sempre è perfetta.

Sfruttare al meglio il microfono

Il riconoscimento vocale trasforma quello che dici in testo, e l'app lo confronta con la frase. Perché funzioni bene: un posto senza rumore, il microfono vicino e la frase detta intera, a velocità normale e senza separare le sillabe, perché il riconoscitore è fatto per il parlato naturale e non per la dettatura sillaba per sillaba. Se risponde «di nuovo» più volte di seguito, conviene riascoltare la frase prima di ripetere. E il browser deve avere il permesso di usare il microfono, che di solito si dà una volta sola.

Conviene sapere cosa misura e cosa no. Il riconoscitore cerca le parole più probabili per ciò che ha sentito, e a volte corregge per conto suo una pronuncia imperfetta, quindi un «bene» significa che sei stato capito, non che l'accento sia perfetto. Al contrario, un rumore o una parola poco comune possono dare un «quasi» ingiusto. È uno strumento per perdere la paura di dire la frase e verificare che si capisce, non un esame di pronuncia. E il riconoscimento lo fa il browser, non Hanasuka.

Cosa c'è per esercitarsi ad alta voce

Tre esercizi per lezione, e l'ordine è quello del ciclo qui sopra.

Parlato con il microfono

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Frasi della lezione, ripetute ad alta voce e confrontate con quello che è stato capito. Il «quasi» non conta né come risposta esatta né come errore: non è nessuna delle due cose.

Quiz di ascolto

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Suona la frase senza vederla scritta e bisogna scegliere —o scrivere— cosa significa. È quello che somiglia di più a capire davvero qualcuno.

E scrittura

Si digita la frase in romaji o in giapponese. Si accetta tutto ciò che dimostra che la sai: la frase con i kanji, in kana o in romaji.

Domande sul parlare giapponese

È difficile pronunciare il giapponese per chi parla italiano?

È una delle lingue più facili da pronunciare per chi parla italiano: le cinque vocali giapponesi suonano quasi come le nostre e non ci sono suoni che richiedano una posizione nuova della bocca. Quello su cui bisogna lavorare è il ritmo, perché tutte le sillabe durano lo stesso.

Come si pratica il parlato giapponese se non ho nessuno con cui parlare?

Ripetendo frasi ad alta voce e verificando quello che hai detto. Con il riconoscimento vocale del browser si può fare: dici la frase, viene trascritta e confrontata con l'originale. Non sostituisce una conversazione, ma rompe la barriera di dirla per la prima volta.

Serve un microfono o bisogna installare qualcosa?

Serve un browser con riconoscimento vocale —Chrome e Safari ce l'hanno— e dare il permesso al microfono. Non bisogna installare niente. Se non vuoi usarlo, il resto del corso funziona lo stesso: l'ascolto, la scrittura e i quiz non hanno bisogno del microfono.

Dove va quello che dico al microfono?

Al produttore del tuo browser, che è chi fa la trascrizione: Google in Chrome, Apple in Safari. Hanasuka non conserva l'audio né lo invia da nessun'altra parte, e riceve solo il testo che il browser restituisce. È dichiarato nell'informativa sulla privacy.

Come si pronuncia la r giapponese?

Come la r scempia dell'italiano in «caro» o «ora»: un tocco rapido della lingua dietro i denti. Non è mai vibrante come la doppia di «terra», nemmeno all'inizio della parola, e alcuni parlanti la avvicinano a una l leggera. Per chi parla italiano è uno dei suoni più facili del giapponese.

Quali suoni del giapponese non esistono in italiano?

Pochi: la ふ, che si soffia con le labbra quasi chiuse e non con i denti, e la u, che si dice senza arrotondare le labbra. La つ, che unisce t e s, e la z sonora non sono un problema: sono le z di «pizza» e di «zero». Il resto ha un equivalente vicino, e quello su cui bisogna lavorare davvero è la durata dei suoni, più che i suoni.

Ci sono accenti regionali in giapponese?

Sì, e molto marcati. Quello di Tokyo è la base del giapponese standard che si insegna e che si sente nei telegiornali, ma quello di Osaka e della regione del Kansai ha un'altra intonazione, altre desinenze e un accento tonale diverso. Tutti i giapponesi capiscono lo standard, quindi è quello che conviene imparare per primo.

Perché l'app mi dice «quasi»?

Perché quello che ha capito il riconoscimento vocale somiglia molto alla frase ma non coincide del tutto: una parola cambiata, una desinenza diversa o una sillaba persa. Non conta né come risposta esatta né come errore. Può succedere se ti mangi la っ o accorci una vocale lunga, quindi vale la pena riascoltare la frase e ripeterla con calma.

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