Parlare giapponese, a fondo
Contare tempi, non sillabe
Il giapponese non si misura in sillabe come l'italiano, ma in more: unità di tempo che durano tutte lo stesso. Ogni kana normale è una mora, e lo sono anche la ん, la っ piccola e la seconda metà di una vocale lunga. Per questo 日本 (にほん) ha tre tempi e 東京 (とうきょう) quattro, anche se in italiano conteremmo due sillabe in ciascuna. Le sillabe composte come きょ occupano una sola mora, perché la ょ piccola non conta a parte. Un buon esercizio all'inizio è battere le mani una volta per mora.
Rispettare questo ritmo non è un dettaglio di accento: cambia le parole. ビル è «edificio» e ビール «birra»; おばさん è «zia» e おばあさん «nonna»; きて è «vieni» e きって «francobollo». A chi parla italiano costa soprattutto mantenere la vocale lunga: con la pausa della っ parte avvantaggiato, perché in italiano le doppie distinguono le parole (fato, fatto), ma la durata delle vocali no, e l'orecchio non ci fa caso. La soluzione è esagerare le durate quando ci si esercita, finché quella giusta non esce senza pensarci, e ascoltare coppie come queste finché non si sente la differenza.
Le vocali che quasi non suonano
Nel giapponese standard, la i e la u diventano sorde quando stanno tra consonanti sorde, o a fine frase dopo una di esse: continuano a occupare il loro tempo, ma quasi non si sentono. です suona «des» e ます «mas»; すき (piacere) si sente «ski» e した (sotto) «shta». Nessuno lo scrive così, ma si pronuncia così, e chi dice «de-su» con la u intera sembra un libro di testo. È una delle cose che più avvicinano la pronuncia a quella di un madrelingua.
Conviene non esagerare, perché non è una regola fissa: varia con la regione, con la velocità e da un parlante all'altro, e nel parlato lento o enfatico la vocale torna a suonare. Il modo di impararlo non è memorizzare dove si spegne ogni vocale, ma imitare quello che si sente. Per questo conviene ascoltare le frasi prima di leggerle in romaji, che è proprio ciò che invita a pronunciare tutte le lettere, e fare attenzione al ritmo della velocità normale più che a quello della lenta.
L'accento è di tono
Il giapponese non marca una sillaba con più forza, come l'italiano, ma con l'altezza della voce: ogni parola ha uno schema di salite e discese. Nel giapponese di Tokyo, 箸 (はし, bacchette) comincia alto e scende, mentre 橋 (はし, ponte) comincia basso e sale, e la differenza si nota anche nella particella che segue. 雨 (あめ, pioggia) scende dopo la prima mora. Ci sono coppie che si distinguono solo così, anche se in pratica il contesto scioglie quasi sempre il dubbio.
Per chi comincia, il consiglio è non ossessionarsi e non disinteressarsene. Non serve studiare lo schema di ogni parola per farsi capire, ma dire tutto con un tono piatto, o con l'accento d'intensità dell'italiano, è ciò che più tradisce un accento straniero. Quello che funziona è imitare frasi intere, con la loro melodia, invece di parole isolate. E conviene sapere che la voce dell'app è quella del dispositivo: la sua intonazione di solito è buona, ma non sempre è perfetta.
Sfruttare al meglio il microfono
Il riconoscimento vocale trasforma quello che dici in testo, e l'app lo confronta con la frase. Perché funzioni bene: un posto senza rumore, il microfono vicino e la frase detta intera, a velocità normale e senza separare le sillabe, perché il riconoscitore è fatto per il parlato naturale e non per la dettatura sillaba per sillaba. Se risponde «di nuovo» più volte di seguito, conviene riascoltare la frase prima di ripetere. E il browser deve avere il permesso di usare il microfono, che di solito si dà una volta sola.
Conviene sapere cosa misura e cosa no. Il riconoscitore cerca le parole più probabili per ciò che ha sentito, e a volte corregge per conto suo una pronuncia imperfetta, quindi un «bene» significa che sei stato capito, non che l'accento sia perfetto. Al contrario, un rumore o una parola poco comune possono dare un «quasi» ingiusto. È uno strumento per perdere la paura di dire la frase e verificare che si capisce, non un esame di pronuncia. E il riconoscimento lo fa il browser, non Hanasuka.